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I personaggi – Carlo V, Tiberio Solis, Municipalità

Scritto da Flora Spadone Il 1 - febbraio - 2011COMMENTA

CARLO V IMPERATORE (1500- 1558) Il precursore dell’Europa Unita, “Difensore della fede”, Uno degli Uomini che hanno cambiato la Storia; Sul cui Impero non tramontava mai il sole; Il grande tra i grandi; L’ultimo Imperatore incoronato da un Papa… L’imperatore Carlo V è il cardine intorno al quale si realizza la più spettacolare svolta della storia moderna” ( Salvador de Madariaga) Siamo nel pieno Rinascimento e Carlo V rappresentava la centralizzazione politica, la libertà economica, il capitalismo, la tendenza all’uguaglianza civile, la fine dei privilegi locali, l’emancipazione delle campagne. I comuni difendevano la politica dei monopoli, il corporativismo basato sui privilegi. Anche in Spagna si assisteva allo scontro tra i due modelli di economia e di politica: una cosmopolita, liberale e capitalista e l’altra medievale, chiusa, gerarchizzata. Non diversamente accadeva nei possedimenti italiani di Carlo V. Gli Stati italiani conservavano il loro particolarismo e i piccoli despoti, che li governavano, li privavano del dinamismo che essi avevano conosciuto durante le autonomie repubblicane. Solo due monarchie: la Francia e l’Inghilterra potevano costituire un ostacolo al programma dell’Impero universale. Carlo creò con i matrimoni una rete di unioni dinastiche con le quali tentò di costituire il più vasto impero di tutti i tempi. Contemporaneamente due forze nuove si affacciavano nello scenario politico, la prima era l’Impero turco, la più forte armata del mondo che combatteva al servizio di un ideale religioso per riconquistare l’Europa cristiana e ricomporre l’impero romano su una base continentale, militare e musulmana. L’altra era il principato di Mosca che intraprendeva una politica imperialistica, universale e cristiana che combatteva la guerra santa contro i musulmani della Russia meridionale, come i Turchi combattevano la guerra santa contro l’Europa. Nell’impero vi erano elementi di debolezza: da una parte gli stati ricchi, evoluti con sviluppo marittimo e capitalistico; dall’altra, al centro dell’Europa, gli stati a sviluppo feudale. L’impero era separato geograficamente tra Europa e America . Per riunificarlo sia in Europa che in Italia Carlo V avrebbe dovuto conquistare la Francia e questa ostilità con Francesco I rese anche l’Italia teatro delle loro battaglie. A questo si aggiunge che nel Mediterraneo dovette combattere contro i Turchi, avviando quasi una nuova crociata per difendere la Cristianità. La Francia e il cristianissimo Francesco I si allearono con i Turchi (1535) pur di contrastare Carlo V. L’Italia in questo momento era al centro degli interessi delle potenze europee: Carlo V aveva interesse a strappare alla Francia il Ducato di Milano, Francesco I non voleva perdere il controllo dell’Italia del nord per un sbocco maggiore nel Mediterraneo. Le nuove guerre in Italia iniziarono nel 1521 . Carlo era in grado di dominare tutta l’Italia e questo preoccupò il papa Clemente VII , si formò così un’alleanza tra Francia, Venezia, Firenze e Stato della Chiesa. Carlo inviò in Italia un esercito di Lanzichenecchi, soldati tedeschi, mercenari e luterani e si ebbe il sacco di Roma (6 maggio 1527). Questo fu un episodio devastante che portò lo stesso imperatore ad intervenire per fermare le eccessive violenze. Si raggiunse un accordo: Francesco I e Clemente VII si impegnarono a non contrastare il dominio di Carlo V in Italia. Nel febbraio del 1530 il papa incoronò Carlo V re d’Italia e imperatore del Sacro Romano Impero. Ma la pace non durò a lungo, il conflitto con i francesi e i turchi riprese e si trascinò a lungo, minando l’economia della Francia e della Spagna. L’ambizioso disegno di un impero universale fallì soprattutto in Germania; fu inutile anche il tentativo di difendere dai turchi la Cristianità. Con la Pace di Augusta (1555) Carlo dovette riconoscere anche la libertà di religione luterana o cattolica dei principi tedeschi. Egli, che aveva osteggiato Lutero e sollecitato il Concilio di Trento. Anche l’idea dell’unità dell’impero universale, fondata sull’unità della Cristianità, tramontava per sempre. La successiva alleanza tra il re cattolico di Francia ed il sultano musulmano porterà alla scomparsa dell’ultima traccia dell’unità europea che il Medioevo aveva fondato sul carattere ecumenico del Cristianesimo. La solidarietà cristiana era spazzata via e con essa spariva l’ultimo caposaldo dell’unità d’Europa. Carlo si ritirò in Spagna nel 1556, stabilendosi nel convento di Yuste nell’Estremadura, con l’intenzione di condurre una vita più tranquilla e in preghiera. Senza tuttavia rinunciare ad alcuna attività politica: infatti, durante gli anni che gli rimarranno da vivere intervenne spessissimo con dispacci imperiali in aiuto del figlio. Il più potente monarca della storia uscì di scena in modo inconsueto. Si isolò lontano dal trono e dal potere, in mezzo a pratiche minuziose e persino maniacali di pietà. Risulta in realtà che Carlo si diede una disciplina ferrea, più dura ancora di quella dei frati, trascorrendo interminabili ore in canto e in preghiera, nel coro della chiesa. Le malattie che già lo avevano colpito fin dall’infanzia incrinarono maggiormente la sua salute. La gotta gli rose soprattutto le mani e le ginocchia, a volte non riusciva neppure a fare la sua firma sui documenti e non era in grado di salire a cavallo. Pochi mesi prima di morire, Carlo assistette a una messa da requiem per la sua anima. Su suo ordine si celebrarono ogni giorno a Yuste, oltre alle messe normali, altre quattro messe, tre di requiem: per sua moglie, per sua madre e per suo padre; una ordinaria per lui (i quaranta monaci di Yuste facevano fatica a tener dietro ai suoi desideri). Il sovrano, sul cui impero non tramontava mai il sole, si spense poco prima delle due e mezza del mattino del 21 settembre 1558 a Yuste, a 58 anni. Poco prima di morire le labbra di Carlo si aprirono e mormorarono debolmente “Ya es tiempo!” (è tempo!). Nello stemma campeggia l’aquila bicipite sormontata dalla corona imperiale, alla base due colonne avvolte in un’unica lista recante il motto “Plus Ultra” (più in là). Le colonne sono allusive di quelle che Ercole avrebbe posto ai due lati dello stretto di Gibilterra per ammonire i naviganti a non spingersi oltre. Dunque il motto fin allora era stato “Non plus ultra”; Carlo V lo adottò sopprimendo il “Non” e capovolgendone il significato. L’imperatore così ricordava come il proprio regno fosse tanto esteso da superare persino i limiti tradizionali della terra. Carlo V ereditò l’Ordine del Toson d’Oro. Il Collare rappresenta degli “acciarini o focili concatenati tra loro e intercalati da pietre focaie azzurre sprizzanti rosse fiamme”, inusitato omaggio cavalleresco alle armi da fuoco, alla cui base pende il “Vello d’Oro”, la leggendaria pelle di montone d’oro della quale il mito di Giasone ci narra”. Il motto riferibile al collare è Ante ferit quam flamma micet (Ferisce prima che la fiamma splenda), mentre quello riferibile al pendente è Aultre n’auray (Non ne avrò un’altra). Finalità dell’Ordine: la difesa della Fede cattolica e della Chiesa e la tranquillità e la salvaguardia della Stato. Va ricordata la sua politica di integrazione dei popoli, è suo l’assenso teso a favorire l’insediamento degli albanesi nell’Italia meridionale. Carlo V tracciò un trittico che seguì per tutta la vita: difendere la re
ligione cattolica, mantenere l’unità fra i popoli cristiani dei suoi domini e non aspirare a conquistarne altri. Un esempio di multiculturalità, di integrazione, di scontro-incontro di civiltà che oggi come allora, o forse più di allora, sono gli ingredienti indispensabili per scoprire o rintracciare le radici comuni tra i popoli europei e per costruire quel ponte di tolleranza che, favorendo la reciproca conoscenza, consente di costruire la Pace. TIBERIO SOLIS Sindaco di San Severo negli anni 1521-22. Nel 1521 San Severo fu venduta per quarantamila ducati a Ferrante de Capua duca di Termoli dal vicerè Raimondo di Cardona, prima che costui ne prendesse possesso il sindaco andò a Worms, dove il 16 marzo era fissata la data della vendita, e presentò a Carlo i diplomi di Roberto D’Angiò, di Giovanna I e degli Aragonesi che dimostravano che la città era demaniale e inalienabile. Nonostante le prove fossero evidenti, all’imperatore occorreva denaro per affrontare le continue guerre, pertanto si dichiarava la vendita ben fatta. Di fronte a questa decisione il celebre sindaco non si perse d’animo, ritornò da Carlo a Gand e gli offrì duemila ducati in più perché potesse aggiudicarsi la città al posto del duca di Termoli. La proposta venne ben accolta e, con diploma del 9 maggio 1522, San Severo fu resa ancora una volta perpetuamente regia e inalienabile. REGGIMENTARI La città era governata da quaranta Reggimentari ( ancora oggi vi è Via dei Quaranta), i quali erano nobili cittadini che governavano con onestà per il bene di tutti, la loro carica durava un anno e quando Carlo V nel 1536 visitò San Severo la rese ereditaria. Costoro eleggevano tra loro quattro Rettori che erano il Mastrogiurato e tre Sindaci. MASTROGIURATO: a lui spettava riunire il Consiglio della città tutte le volte che lo riteneva opportuno, durava in carica cinque anni e presiedeva alle fiere ed ai mercati con facoltà di giudice.I mercati e le fiere si tenevano in Piazza Mercato oggi ( Piazza Carmine) ove vi è il palazzo denominato “Loggia del Mastrogiurato” SINDACI: dovevano essere di agiate condizioni economiche e timorati di Dio, il loro incarico era annuale,custodivano le strade ne sorvegliavano la pulizia e le occupazioni arbitrarie. Distribuivano ai poveri gli averi di chi moriva senza eredi. Don Ferrante Gonzaga di Guastalla barone di San Paolo Civitate, Serracapriola e Apricena era tra i più grandi condottieri dell’epoca e convinse Carlo V a visitare le città demaniali del regno. Alfonso d’Avalos marchese di Pescara e del Vasto e generale delle forze spagnole di Napoli partecipò alla battaglia di Tunisi; con Andrea Doria,principe di Melfi e don Ferrante erano i tre cavalieri del Toson d’oro per l’Italia. Agostino Columbre veterinario di corte tra i più dotti del Rinascimento, scrisse opere scientifiche sui cavalli, era nativo di San Severo ( vedi libro) Gian Francesco Di Sangro, duca di Torremaggiore e barone di Dragonara, fedelissimo di Carlo V tanto da essere considerato un membro della famiglia. A costui la città di San Severo fu venduta il 20 giugno 1579 per 82.500 ducati con un atto improprio, in quanto non si tenne conto dei Diplomi emanati da Carlo V che la rendevano perpetuamente inalienabile. Si prestarono a tale scempio alcuni traditori e così cambiò il corso della storia. Nel 1584 Filippo II diede al Di Sangro il titolo di Principe di San Severo anche per compensarlo della fedeltà e dei servigi resi al padre nelle varie guerre. San Severo rimase infeudata fino al 1810. I dignitari proprietari dei Casali: sotto Carlo V vi erano intorno a San Severo dieci Casali o castelli, sottoposti alla sua giurisdizione : Sant’Antonino,Sant’Andrea,Motta del Lupo, Motta della Regina,Motta del Belvedere, Oliveto, Casalorda, Santa Giusta,San Matteo, San Ricciardo. Tutti giunsero in città per onorare Carlo V e porgere i loro doni. I dignitari delle parrocchie : San Severino, San Nicola, Santa Maria in Strada e San Giovanni preceduti dal clero accolsero l’imperatore. Gli alabardieri del Tercios San Severo una guarnigione che stanziava nei pressi della città, agli ordini del maestro di campo e del conte palatino. Conestabile, Cancelliere, Cerimoniere, Dame, Paggi, Alfieri sono gli altri personaggi del Corteo.